Tumore alla prostata

Inizialmente la sintomatologia è assente o comunque molto scarsa; dal momento che la patologia colpisce più frequentemente i soggetti anziani, spesso i segni e i sintomi del tumore alla prostata vengono confusi con quelli dell’ipertrofia prostatica benigna. Pollachiuria (aumento della frequenza della minzione) e nicturia (aumento della frequenza della minzione nelle ore notturne) sono presenti in circa il 70% dei casi; la disuria (difficoltà nell’emissione delle urine) è presente in circa il 45% dei casi; l’ematuria (presenza di sangue nelle urine) è più rara dal momento che si osserva in una percentuale di casi molto inferiore (

Familiarità – Il tumore alla prostata può essere di tipo sporadico o di tipo ereditario; lo si riscontra di quest’ultimo tipo nel 5-10% circa di tutti i casi di tumore alla prostata, ma, se si considerano solamente i soggetti di età inferiore a 55 anni, tali percentuali salgono fino al 40%. Alcuni studi hanno mostrato che esistono modificazioni della sequenza germinale a carico di certi geni correlati a una predisposizione alla genesi di tale patologia.

La mortalità per tumore alla prostata si è ridotta sensibilmente rispetto al passato, attestandosi all’8%, contro il 19% del tumore al polmone, prima causa di morte fra gli uomini.

Il rischio di ammalarsi di tumore alla prostata è circa il doppio per coloro che hanno un parente consanguineo (padre, fratello ecc.) che si è ammalato di questo tumore.

Mutazioni genetiche – La presenza di mutazioni genetiche a carico di geni come il BRCA1 e BRCA2 (peraltro coinvolti nel favorire l’insorgenza di neoplasie quali il tumore al seno e il tumore all’ovaio) oppure del gene HPC1 aumenta il rischio di sviluppare un tumore alla prostata.

  • fattori di tipo ormonale
  • fattori di tipo occupazionale
  • fattori razziali
  • familiarità
  • fattori genetici
  • fattori dietetici.

Alcune ricerche suggeriscono che la prostatite potrebbe essere collegata a un incremento del rischio di contrarre il tumore alla prostata, ma la questione è controversa perché altri studi non hanno invece riscontrato un’evidenza del genere. Il legame fra le due condizioni patologiche è comunque tuttora oggetto di approfondimenti.

Inoltre, il tumore alla prostata ha un’incidenza minore nei soggetti affetti da patologie epatiche croniche; ciò è probabilmente dovuto al fatto tali patologie comportano un innalzamento del livello degli estrogeni che vanno a controbilanciare quello degli androgeni secreti dai testicoli.

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Richard Ablin, lo scopritore del PSA, ha preso una chiara posizione a riguardo.

Il problema si presenta proprio parlando di screening di massa, in ambito di diagnosi precoce. Gli elementi a disposizione in questo momento non sono sufficienti a giustificare che questo marcatore entri a far parte degli esami di routine preventivi consigliati dal Servizio Sanitario Nazionale, come ad esempio il pap test o la ricerca del sangue occulto nelle feci.
Il perché è da ricercarsi nella scarsa affidabilità del test (con la presenza di falsi positivi e falsi negativi), che potrebbe richiedere ulteriori accertamenti invasivi come biopsie prostatiche reiterate e situazioni di ansia da parte del paziente. Esiste anche il problema del riscontro di malattie che potrebbero non avere una evoluzione nel tempo: la peculiarità del cancro della prostata è di essere molto frequente, soprattutto in una certa fascia di età (sopra i 70 anni), ma con una mortalità attorno al 6 per cento pari ad un decimo rispetto alla frequenza.
Prima che sia istituito uno screening di massa occorre dimostrare il vantaggio sulla sopravvivenza e in questo momento i dato sono del tutto equivoci.

Il PSA è conosciuto come marcatore del cancro alla prostata: va dosato o no?

Nei pazienti che hanno un alto rischio di sviluppare il cancro della prostata: gli afro-americani e chi ha una predisposizione eredo-famigliare di questa patologia. In questi casi lo screening va anticipato ed è ragionevole dosare il PSA dopo i 40 anni.
Il PSA è invece utilissimo nel controllo dei pazienti che hanno avuto una terapia per il tumore. In costoro, infatti, è un’indagine molto affidabile e per nulla costosa.

Quando è importante sollecitarlo?

L’esame del PSA consiste in un prelievo del sangue che misura il livello dell’antigene prostatico-specifico (PSA), la proteina secreta dalla prostata con la funzione fisiologica di fluidificare il liquido seminale per favorire la fecondazione degli ovuli. Questo valore non è sempre uguale e il suo incremento può dipendere da diversi fattori, non soltanto dalla presenza di tumore.
La cosa fondamentale è che i pazienti siano a conoscenza dei limiti di questo esame, che può essere utile, ma anche dannoso. Il paziente deve sapere che questo test può richiedere ulteriori accertamenti clinici, anche invasivi, che spesso sono inconcludenti perché il valore del PSA può essersi mosso per ragioni che nulla hanno a che vedere con un tumore della prostata. Non c’è inoltre ancora una evidenza scientifica che attesti che la diagnosi precoce, formulata con il dosaggio del PSA, riduca la mortalità per cancro della prostata.

Dato per scontato che il paziente deve essere informato sia dei pro sia dei contro derivanti dal dosaggio periodico di un marcatore aspecifico come il PSA, è ragionevole consigliare di eseguire il test tra i 50 e i 72 anni. Dopo tale età non vi è alcuna ragione per continuare con lo screening.

PSA e screening di massa: qual è la posizione attuale a riguardo?

Eliana Canova